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camminare 1.

Le prefazioni si scrivono quando si è già scritto, anche le premesse è giusto si trovino un po’ per volta nel percorso, cos’è questa smania di dover precisare, al massimo si viene fraintesi, quindi non preoccupiamoci, almeno non tanto da perdere il flusso dei pensieri.

A me piace camminare, e Venezia è il posto migliore per iniziare un viaggio a piedi che in realtà continua da una vita, ma dove a Venezia? Non da quei gradini della stazione di santa Lucia, pieni di ragazzi al sole, e preannuncio d’altri viaggi, neppure dal ponte degli Scalzi affollato di venditori di patacche o da san Simeon grande sempre così misterioso e quasi terra ferma, meglio più in là, appena dopo i Frari: parto dalla scuola grande di san Rocco.

Una precisazione è dovuta: ci sono molti modi di camminare, a me piace quello fisico, spesso senza meta e quello mentale che continua anche seduti. Dopo.

La scuola grande di san Rocco

Venezia è una città piccola con edifici grandi. Basta guardare il canal Grande per capire le dimensioni della terra, il vero canale largo è quello della Giudecca, ma è già periferia per la città antica, non conta. E’ tutto piccolo tra gli edifici grandi, fatto per navi piccole, barche piccole, eppure Venezia è stata capitale per 900 anni, di cui almeno 250 grandissimi, a dimensione europea dove l’Europa era il mondo, quello importante almeno, e si fermava sulle brume e sulle spiagge del baltico perché tutto quello che contava era in quel grande lago a sud che era il Mediterraneo.

Cosa fa di una città piccola una capitale? Anzitutto le dimensioni del mondo circostante, ma molto di più gli abitanti, la certezza che hanno della loro identità, del loro passato che diventa forza nel presente e nel futuro. E quindi spinta a fare, osare, intraprendere, gestire il proprio destino. I popoli hanno una loro giovinezza quasi inconsapevole che spumeggia sull’età matura, forte di determinazione, e poi scivolano in una decadenza senile. Questo fa ora dell’Italia un paese vecchio prima che un paese di vecchi, un paese che non riesce a capire chi è e quindi non sposta le geografie del mondo. Anche i giovani, in un paese così, invecchiano presto, non si ribellano davvero, non portano idee che spingano tutti più avanti. al più chiedono di sostituire i vecchi e spesso neppure quello.

Alla scuola grande di san Rocco, Jacopo Tintoretto dipinge a stipendio, è figlio d’un appartenente alla confraternita, non fa il mestiere del padre, è pittore e pure un po’ scapestrato, e sopratutto, non riesce a vincere nessuno dei concorsi appalto della Serenissima, non lo amano. Però è un secolo con grandi epidemie, molti grandi muoiono e lui s’accontenta di parcelle basse. Così nascono cicli eccezionali per lavoro ed intensità unitaria. Le tele di Tintoretto sono così zeppe di figure, di gesti, di popolane che l’oggetto del dipinto è nel contesto della vita, non i pochi, ma il brulicare attorno al fatto, al miracolo, dove ognuno percepisce a suo modo, oppure neppure percepisce. La storia che comprende la meraviglia, i miracoli, l’inatteso, è così. Quanti di noi vivono nella storia che gli passa sopra , sotto, a fianco, al più distinguiamo gli epifenomeni, ma senza percezione di ciò che davvero sarà ricordato, immemori vediamo per riconoscere poi d’esserci stati. E’ il grande brusio della storia, che include, massimizza gli eventi riduce il meraviglioso a fatto e lo banalizza, c’è un cinismo del deja vu, nel non riconoscere che tranquillizza, non siamo abituati a gestire l’inconsueto, tanto più adesso che la scienza ha confinato il mistero tra le ombre della superstizione e dell’esoterismo. Il positivismo è una fiducia immane nei destini del mondo che consegna ad una casta -gli scienziati- il monopolio dell’ottimismo del mondo. Ciò che prima era nel mistero, nell’inconoscibile che irrompeva nel quotidiano, adesso rientra nel non ancora scoperto, in ciò che si chiarirà, basta attendere. Ciò emargina, temporizza, confina la meraviglia e la religione dell’ottimismo fuori dall’uomo e la consegna ai sacerdoti del conoscere, rende dipendenti, non dell’eccezionale, ma del nuovo che si attende fuori della porta di un negozio, pazientemente, oppure si confina nella decima notizia di un telegiornale o nel supplemento settimanale del quotidiano.

Tintoretto lavorava in una capitale piccola di dimensioni, ma grande di aspirazioni, poteva fare a meno di rendere domestica la gloria, il miracolo senza toccarne la meraviglia? Una grande capacità, non solo dei veneziani, era quella di rendere casalingo ciò che aveva cambiato l’umanità che loro consideravano importante. Gesù avrebbe potuto nascere in una calle, predicare in piazza san Marco, o meglio in campo dei Frari, a poco serviva il contesto storico, era qualcosa di miracoloso, di eccezionale che sarebbe potuto accadere tra loro. Aveva cominciato il Veronese con le sue cene in casa di Levi, c’era stato scandalo, inquisizione, ma in fondo non gli era accaduto nulla, eppure si era scardinata la porta d’ingresso ad uso di tutti. Prima il compito dell’ascendenza importante e nobile connessa al primato, era conferita da dio e spettava ai soli re ed a quelli che godevano della loro luce riflessa, ora tutti erano coinvolti dall’accadimento eccezionale, potevano essere partecipi o distratti, mangiare, bere, pensare ad altro, ma c’erano davvero. Merito del neo platonismo sviluppato a Padova? Oppure erano i toscani che avevano attualizzato il trascendente nel buon vivere dell’umano e lo avevano portato a visione del mondo? O forse era la spinta dell’aggregazione dei molti, piccoli regni e signorie, in entità più vaste che aveva bisogno di nuove legittimazioni più popolari, di nuove coesioni per le genti messe assieme a forza, insomma di una nuova religione? Ciò che sembrava era, ed in questa formalizzazione ecumenica di saperi, credenze, rivoli di pensiero arcaico, ci stava tutto, la scienza e il suo contrario, il limite e il suo superamento. Nel ribollire di generazioni che avevano fretta, che sapevano cos’era il precario tra una peste, una guerra, una carestia c’era pur bisogno di una organizzazione collettiva dello spirito. D’altronde a Venezia, ma lo stesso era a Roma, o a Mantova, o a Vienna, o a Firenze, o a Napoli, o a Madrid con una moltitudine di chiese, di congregazioni, di reliquie, i miracoli dovevano per forza essere fatti comuni.

Nella scuola grande di san Rocco, c’è un dipinto di Giorgione che raffigura Gesù che porta la croce, è un’immagine che per miracoli, devozione, identificazione ha portato offerte e donazioni che hanno consentito non poca della gloria della confraternita, eppure se si guarda il quadro non si vede la gloria, si vede la fatica e la rassegnazione del portare il peso delle scelte, quindi un’umanità che non ha la trascendenza potente del divino, ed è piuttosto la rappresentazione delle vite, di tutte le vite, condensate in un gesto esemplare, eponimo d’un intero percorso. Non importa quanto lunga sarà la strada, essa contiene fatiche, direzione, destino, insomma umano, molto umano, con una contaminazione che un mediocre inquisitore avrebbe potuto trovare monofisita in quel tenere a fatica e con rassegnazione dolore, corpo, e anima assieme. Ma in questo riconoscersi quanto c’era del quotidiano, del conosciuto in chi guardava il dipinto con  occhi devoti. Oltre gli ori, gl’ intarsi, la gloria degli stucchi e degli altorilievi, i grandi teleri appesi al soffitto, oltre tutto il luccicare, quanto c’era  di quotidiano che permetteva di chiedere una grazia, un miracolo ad uno che soffriva come il supplicante. In questo essere nella storia, nel coevo, c’era una potenza nuova. Poi bastava uscire e già nel campo dei Frari, verso la Madonna dell’Orio,  il nuovo, il vecchio, era tutto tenuto assieme, dalle case, dall’aria di un futuro che si respirava  e veniva travasato nei simboli e nei modi di vivere.  Fuori, ma anche dentro, serpeggiava un razionalismo geometrico che portava a crescere perché quello era il destino d’ una città, d’ una capitale e non aveva bisogno di dimostrazioni se non nei fatti, nell’andare, nell’essere.

E’ un buon posto per cominciare a camminare.

(continua quando si potrà)

Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

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